Ad un certo punto della mia vita mi sono resa conto che tutto stava funzionando per comparti stagni. La mia vita di caregiver, quella di professionista, quella di donna: si muovevano su binari che non si incontravano mai.

Seguivo una regola implicita, non condivisa pubblicamente ma molto radicata: non parlare di famiglia al lavoro (a meno di non farlo con persone che vivono situazioni simili alla tua) e non parlare di lavoro con le mamme (a meno di non confrontarti con qualcuno che ha una posizione simile alla tua).

La mia identità, però, non funziona per comparti stagni. Io sono il frutto delle mie esperienze, del mio percorso, della mia formazione, delle persone significative che ho incontrato e anche di quelle “sbagliate” che ho conosciuto.

Le mie giornate si muovono su continue rimodulazioni, su continui cambi di registro che fanno emergere un lato e mettono da parte gli altri. Sono mamma quando posso concedermi di essere mamma e, allo stesso modo, sono professionista quando il contesto lo supporta.

Ma c’è un di più.

Se un uomo si dichiara padre felice e realizzato sul luogo di lavoro, conquista immediatamente la stima dei suoi interlocutori; se una donna si dichiara madre felice e realizzata, scattano subito sguardi compassionevoli e considerazioni sulla sua inadeguatezza professionale.

Sei una mamma realizzata? Probabilmente non puoi essere una professionista affidabile.

Ma il discorso vale anche al contrario:

Sei una professionista affermata? Probabilmente non puoi essere una buona madre.

Stereotipi di questo tipo sono profondamente radicati, sia negli uomini che nelle donne. Lavoro in un contesto prevalentemente femminile e queste considerazioni emergono ciclicamente, trovando spesso supporto e appoggio. Viviamo in organizzazioni lavorative che ancora troppo spesso poggiano su modelli in cui la presenza fisica rimane un fattore determinante: la quantità di ore trascorse in azienda definisce il ruolo e il livello di responsabilità.

Il part-time viene ancora oggi vissuto come una scelta penalizzante e di sacrificio. Se questo è certamente vero su un piano retributivo e pensionistico, non è detto che lo sia su quello della realizzazione personale.

Avere una famiglia non è mai stato scontato per me. Non sono nata con il mito del matrimonio, dei figli come simbolo di realizzazione o della cura come valore fondante. Ci sono arrivata per gradi: il valore che la cura ha assunto nella mia vita è stato il frutto di un percorso di crescita e maturazione.

Oggi considero l’avere figli un dono della vita, la possibilità di vivere un’esperienza umana incredibile e di contribuire a costruire il futuro.

Allo stesso modo, aver vissuto il ruolo di cura dei miei genitori mi ha portato a maturare l’idea che la vita sia un percorso complesso e che l’anzianità possa essere una risorsa, se sostenuta e integrata all’interno di dinamiche relazionali e sociali di qualità.

Essere una professionista è stata la mia conquista: mi sono pagata gli studi da sola, nessuno nella mia famiglia ha mai appoggiato o compreso le mie scelte formative, ma questo non mi ha fermata e non mi ha impedito di diventare ciò che sentivo di dover essere.

Tutte queste identità e questi percorsi si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente.

Sono la professionista che sono perché ho vissuto un percorso umano e familiare complesso, ricco, faticoso e divertente.

Sono la caregiver che sono perché il mio lavoro e i miei studi mi hanno allenata alla determinazione, a perseguire i miei obiettivi, a non arrendermi alla prima difficoltà.

Tutto questo mi rappresenta.

E allora sconfinare è un atto necessario, perché voglio potere affermare che sono una caregiver ma anche una professionista. E non lo sono perché sono una superdonna pronta all’abnegazione e al martirio; al contrario, sono quello che sono perché credo nell’imperfezione, non mi riconosco nelle logiche individualiste, non mi appartengono i modelli professionali totalizzanti.

Il mio percorso è imperfetto, non sempre coerente, ma la determinazione è il mio faro.

Questa è la mia strada. E qui ve la racconto.

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