Viviamo un tempo dominato dall’idea che prendersi cura sia qualcosa da evitare, qualcosa di svilente e angoscioso, un’esperienza caratterizzata solo dalla fatica.
E se provassimo a ribaltare la prospettiva?
Partiamo dal presupposto che prendersi cura significa creare valore. Crescere un figlio con competenze significa donare al mondo un cittadino motivato a immaginare un futuro, ad abitare una città, a trovarsi un lavoro gratificante. È un investimento che la singola persona fa verso la collettività: significa dedicare tempo, risorse e denaro per seminare futuro.
Fare un figlio ha un valore sociale e politico enorme. Eppure, troppo spesso, le madri vengono penalizzate sul lavoro, sminuite nelle loro capacità e messe in condizione di dover scegliere tra se stesse, la famiglia e la carriera.
Dall’altro lato, prendersi cura di un genitore è un destino comune a molte persone, donne e uomini: è un impegno significativo e complesso. Chi vive percorsi di cura verso gli anziani si trova ad affrontare contesti che nessuna generazione prima di noi ha conosciuto, gestendo questioni logistiche, amministrative ed economiche. È una palestra senza uguali che genera competenze diffuse, le quali però non vengono raccontate né riconosciute, tantomeno valorizzate.
Allora che fare?
Per promuovere una cultura differente e superare tabù e stereotipi che avvolgono il ruolo di cura, questo blog rappresenta una prima azione di attivismo. Chi legge queste parole magari vive situazioni analoghe, si riconosce in queste complessità e forse ha voglia di dire: io non ci sto.
Partiamo dalle parole
Non mi piace essere definita “sandwich”, paragonata a un panino che nemmeno mi piace. Certo, abito la complessità, faccio salti mortali tra agende che si sovrappongono, ma mi sento soprattutto una persona capace di generare valore per me e per chi mi sta intorno.
Non genero valore solo per la mia famiglia, ma per l’intera società: portando le mie competenze sul luogo di lavoro, portando il mio sguardo di cura nella città e nel quartiere che abito. In un’epoca di svuotamento di significati collettivi, il mio ruolo di cura agisce ricostruendo connessioni e relazioni, immaginando soluzioni condivise e nuove sinergie.
Curare significa fare innovazione sociale.
Dal Sandwich al Kintsugi
Se devo ricorrere a una metafora, penso al Kintsugi, l’arte giapponese di riparare gli oggetti cocci con l’oro.
Chi si prende cura riconosce le imperfezioni, le crepe della vita: le accoglie e le valorizza. Ricuce relazioni, luoghi e comunità con attenzione, portando bellezza — l’unico vero antidoto all’ingiustizia sociale.

